In una fredda Milano di fine novembre un ragazzino di tredici anni si aggira per le strade nebbiose e grigie sconsolato, sa di non appartenere a quella città. Qualche auto passa sonnacchiosa e i passanti si contano sulle punta delle dita, mentre il sole fatica ad albeggiare. Il giovanotto imbocca una vicolo buio, poi si ferma davanti ad un manifesto del cinema, lo guarda e sorride amaro. Sembra assurdo che un tredicenne possa provare malinconia, ma è proprio quello che sente mentre ripensa ai cartelloni che dipingeva per il cinematografo del suo paesino sull’Adda. Si scrolla però subito di dosso quel sogno provinciale a 35 millimetri e s’incammina verso una panetteria. No, non compra il pane, quel ragazzino il pane lo impasta e lo vende. La giornata poi scorre veloce ed è di nuovo buio. Esce dalla bottega e corre veloce sul ring, quella sera tocca proprio a lui combattere. Tocca al piccolo tredicenne Giuliano Mauri, panettiere e boxeur, nato a Lodi Vecchio e residente a Milano nell’anno del Signore 1951, tocca ad un grande artista che non sa di esserlo, ma che vive già come se lo fosse.

Cattedrale Vegetale e Giuliano Mauri – © giulianomauri.com

Fare la pasta, ricamare i boschi e pensare l’eterno

La biografia di Giuliano Mauri, seppur fosse depauperata da quegli orpelli che sono le opere d’un’artista, risulterebbe comunque incredibilmente affascinante, e ciò sarebbe possibile grazie alla sua predilezione della scelta poetica e alla consapevolezza artigiana che sa far prevaricare su qualsiasi altro fine.

Se a tredici anni lo abbiamo scoperto emigrante dalla provincia alla città, nel 1959, quando di anni ne ha ventuno è già tornato a casa ed è sposato con una ragazza di nome Silvana. Per mantenersi ora ha aperto un pastificio, ma ogni tanto si dedica ancora alla pittura. Nel ’64 però avviene una svolta intellettuale nella sua vita e iniziano gli anni in cui si rende assiduo frequentatore dei circoli culturali milanesi, che affascina con le sue idee innovative e dai quali rimane a sua volta affascinato. Conosce in questo periodo grandi artisti – tra i quali basterà ricordare uno scrittore come Nanni Balestrini, autore del famoso romanzo operaio Vogliamo Tutto e membro del celeberrimo gruppo 63 – e con questi intellettuali sembra riuscire ad intrattenere un ottimo rapporto. Mauri infatti conquista questi personaggi con le sue idee geniali e innovative. Egli ha infatti una visione dell’arte ben precisa, tutta rivolta ad un dialogo costante con la natura, che non deve esser forzata dall’uomo, e nemmeno indirizzata, perché lei sa benissimo dove andare, piuttosto si tratterà d’un nuovo modo di concepire l’opera d’arte, la quale, assecondando i ritmi e le regole del cosmo, dovrà conquistarsi il suo spazio e prepararsi, come prevede la legge di natura, anche a scomparire. Nasce una nuova concezione artistica in cui l’opera di per sé non vale più del luogo in cui si trova, anzi un giorno sarà fagocitata dai boschi, dai fiumi e dai prati che la contornano, divenendo in questo modo irriconoscibile e concedendosi quindi ad una vita imprevista, o se necessario, alla morte. E l’eternità? Il “bene per ogni tempo”, definizione tucididea, greca e profondamente occidentale dell’opera d’arte? Quest’idea non può far altro che rivoluzionarsi e riscoprirsi in nuove forme. Mauri, in un’intervista, disse d’esser conquistato da un’eternità particolare, fatta dal ramo d’un albero che modifica la propria crescita per far spazio alla sua opera. Sopravvivere nel gesto della natura è l’immortalità che ci viene suggerita, l’unica possibile.

Codici Acquatici e Zattera di migranti – © giulianomauri.com

Scrivere sull’acqua e imitare gli uccelli

C’è un’opera di Mauri che mi ha particolarmente colpito ed entusiasmato come poche altre, si tratta dei Codici Acquatici, realizzati nel 1981. L’istallazione non ha richiesto sforzi titanici, come è stato per le Cattedrali Vegetali, ma l’impatto è impressionante. Sì, perché realizza concretamente un sogno antico e profondamente umano. Mi pare fosse quel poeta latino dei mille baci a dire che le promesse degli amanti sono scritte sull’acqua. Questa scrittura impossibile però diviene realtà nei Codici Acquatici di Mauri, dove dei piccoli bastoni di robinia intrecciati sono posti sul fondo del fiume Adda, andando così a creare una sorta di mistico codice naturale, che ricorda antiche rune padane e i segni sul manto delle balene. Una scrittura divina e quasi leonardesca, misteriosa, che ci invita ad entrare in quella “liturgia della natura” che Mauri mette in atto con la sua arte.

Più tardi, nel 1992, sempre sullo stesso fiume, con la collaborazione di alcuni amici “poeticamente schierati”, Mauri decise di realizzare un’opera dal titolo Zattera di migranti. L’idea era quella di costruire delle enormi zattere di legno da far navigare in autonomia sul fiume, e si sperava che le sementi portate dal vento potessero attecchire su queste primitive imbarcazioni. Ciò fu proprio quel che avvenne. In non molto tempo la vegetazione cominciò a crescere rigogliosa, fino a che le zattere non si arenarono sul bordo del fiume e vennero ricoperte da alberi e piante, divenendo così del tutto irriconoscibili. L’opera era svanita, era scomparsa nell’abbraccio della terra. Tuttavia Mauri, prima di perdere di vista per sempre le zattere, aveva potuto fare alcune osservazioni, che a loro volta generarono delle riflessioni sulla natura del nomadismo e del migrante. Egli aveva infatti notato che questa vegetazione cresciuta sulle zattere si contorceva, si attorcigliava, soffriva e infine però, irrobustita dall’esperienza, riusciva a sopravvivere. Quest’immagine fece capire a Mauri che la natura dell’uomo sedentario e troppo incivilito, estraneo all’elemento naturale più duro e sincero, non poteva che portarlo ad un lento scadere, mentre il migrante, alle prese con una sfida perpetua con le venture del suo destino, era invece pronto all’adattamento, al cambiamento e alla sofferenza.

Sulla scia di queste riflessioni nacque l’idea per l’istallazione Voliera per umani. L’opera si trova nel Parco di Monza, dove molte famiglie vanno a passare il fine settimana immersi nel verde, lontano dalle noie della quotidianità. Mauri, che per sua stessa confessione era uno snob, un bambino impertinente, vedeva in questa fuga dalla città un gesto pietoso e risibile, e volendo sorprendere e provocare questi cittadini in cerca di selvaggio, decise di mostrargli quale fosse la loro condizione: quella di uccelli in una voliera, di creature in gabbia.

Voliera per umani – © giulianomauri.com