Negli ultimi giorni chiunque abbia digitato il nome Christo su qualsiasi motore di ricerca online, avrà assistito ad una cascata infinita di annunci della sua morte e necrologi di ogni tipo, dal più istituzionale e conciso al più mieloso e sentimentale. Lo piange l’architetto appassionato, l’ammiratore del suo genio provocatore, l’Emiro che ha sognato la sua ultima opera, il presidente della Lombardia. Christo è un uomo cresciuto e maturato intellettualmente a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, è un artista moderno, radicato nel suo tempo, un artigiano del concetto come lo sono stati molti suoi coetanei. Ad esser sinceri però quelle avanguardie secondo-novecentesche non possono che suonarci oramai lontane e, a più di mezzo secolo di distanza, apparirci come nebulose e sfocate. C’è tuttavia in queste filosofie dell’assurdo sempre qualcosa che conturba il nostro cuore, gettandoci in uno strano stato di innestata inquietudine e di incomprensibile oscillazione.

Muri e pacchetti

Trasferitosi dalla Bulgaria, dov’era nato e cresciuto, in Francia, cercò di mantenersi nei primi tempi come ritrattista. Questo suo mestiere lo portò a conoscere una giovane ragazza francese di nome Jean-Claude che voleva realizzare un ritratto per sua madre. I due non impiegarono molto tempo ad  innamorarsi e a mettersi subito a collaborare come coppia artistica. Lui aveva ottime idee, visionarie, lei sapeva come muoversi per far sì che potessero esser organizzate e realizzate. Intanto il loro gruppo d’amici comprendeva Yves Klein e Man Ray, con i quali la stima e la fascinazione era senza dubbio reciproca. Giunse però il 1961 e l’Europa venne definitivamente partita in due. Il muro di Berlino era stato eretto, sancendo così l’entrata di molti stati dell’Est nell’orbita dell’Unione Sovietica. Christo e Jean-Claude decidono di reagire con un’opera d’arte che sappia essere terribilmente provocatoria. I due dispongono dei barili d’olio in una stradina nei pressi della Senna e la bloccano impedendo il passaggio per un breve periodo. Il gesto è forte e denuncia a tutto l’Occidente quel che sta avvenendo in Germania. Più di qualsiasi prima pagina di giornale, quei due artisti hanno saputo calare il parigino nella realtà del suo tempo e renderlo partecipe di quel dramma che è la storia. Sì, la storia, quella macchina dinamica e arruffona che trascina i destini degli uomini, quella forza veemente che ha portato il muro a stare in piedi per ventotto anni, a dividere il popolo tedesco e le nazioni d’Europa, per poi cadere, demolito dal desiderio di unione e fratellanza, nonché dalla fine dell’esperienza politica del Comunismo. Il muro non c’è più da trent’anni, è passato più tempo dalla sua scomparsa ad oggi che dalla sua costruzione alla sua demolizione. La caduta ha trascinato con sé anche quel gesto provocatorio di Christo e Jean-Claude, un movimento artigiano e intellettuale che si perde nel nulla non appena le condizioni storiche che lo hanno reso necessario sono scomparse. È stato effimero? Questo è difficile da dirsi, e forse non è neanche di nostra competenza, però di sicuro si allontana da quella concezione del mondo che aveva un altro artista come Mauri, il quale vedeva almeno nel gesto della natura che si adatta all’opera una forma perpetua della sua arte. Forse la distanza tra i due sta proprio nella differenza tra provinciali e cittadini. Christo infatti visse sempre la sua maturità artistica in grandi metropoli, Parigi prima e New York poi. L’America peraltro gli diede l’occasione giusta per usufruire di spazi nuovi e sterminati, dove poteva realizzare quelle che saranno le prime opere di Land Art davvero monumentale, come ad esempio l’affascinante e grandiosa Valley Curtain. Tuttavia tornerà subito in Europa dove inizierà ad impacchettare porte romane, parlamenti nazionali e ponti ottocenteschi. L’idea che pervade queste istallazioni è quella di rimuovere un luogo e con esso privare anche la città e i suoi abitanti dei ricordi legati ad esso. Il Novecento amava le provocazioni concettose, quelle raffinatezze che ci appaiono oramai sempre più estranee.

Giacobbe fece un sogno

L’ultima opera di Christo, rimasto solo dopo la morte non troppo tempo fa di Jean-Claude, era in progettazione da diversi anni, ma purtroppo l’artista è venuto a mancare prima che potesse esser realizzata. In realtà i progetti da mettere a punto prima che morisse erano due (la pandemia infatti non ha permesso d’impacchettare l’Arc de Triomphe a Parigi) ma tra questi senza dubbio più interessante doveva essere la realizzazione nel deserto, a diversi chilometri di distanza da Abu Dhabi, di un’enorme mastaba. Questo tipo di struttura è noto per esser impiegato come edificio sepolcrale dagli Egizi, ma Christo sembrava esser catturato dall’antichità, dal profumo d’ancestralità promanato dalle geometrie di questo solido. Due lati obliqui, due verticali e due orizzontali, linee semplici che avevano ispirato in Mesopotamia le forme per le panchine nelle strade. L’artista diceva di esserne catturato: non gli importava nulla della mastaba come tomba, la ammirava come seggiola. L’avrebbe realizzata con un quantitativo assurdo di barili accatastati l’uno sull’altro e voleva darle un effetto ottico quasi divino. Infatti, proprio come Malaparte nella Napoli de La Pelle trasforma le scale, che dai Quartieri Spagnoli salgono fino al Vomero, nella santissima scalinata del Paradiso vista in sogno da Giacobbe, e le prostitute lì sedute in angeli, così Christo avrebbe voluto dare quest’impressione dal sapore biblico al turista, il quale, arrampicandosi scalino dopo scalino verso la punta della mastaba, non sarebbe più riuscito a vedere l’inizio della sua salita.